VARANASI, INDIA. Gennaio, 2 mesi e mezzo di viaggio
Ormai era diventata un’abitudine. Osservai i muraglioni di arenaria impolverata, cercando con lo sguardo un posticino pulito e riparato. Mi sedetti a gambe incrociate, appoggiando il mio zainetto accanto a me. Ero leggermente rialzata rispetto al ghat, qualche gradino in alto che mi permetteva di osservare meglio il viavai di fedeli che andava avanti e indietro. Erano solo le 5 del mattino, eppure Kashi era già in fermento. Abbassai fino agli occhi la dupatta nera che portavo sul capo. Volevo essere invisibile e perdermi nella mia coscienza, meditando. Con una mano toccai la tasca del mio kurti e sentii scricchiolare la carta dei biscotti per i cuccioli. Mossi leggermente il piede per accertarmi che lo zaino fosse ancora lì. Presi un profondo respiro.
In quel tremendo caos, tutto era in ordine.
Tutta la mia vita era andata in frantumi. Io ero andata in frantumi. Eppure mi sentivo stranamente sollevata. Liberata, forse. E questo non aveva senso.
Aprii gli occhi nervosamente.
Niente aveva senso.
Notai alcuni giovani uomini sulla riva, tutti con le macchine fotografiche tra le mani. L’alba era talmente spettacolare che immortalarla era un semplice esercizio di bellezza. Mi costrinsi di nuovo a chiudere gli occhi e ascoltare il mio respiro, ma tornai con la mente alla sera prima. Sonu mi aveva invitato a casa sua, era il compleanno di sua nipote. Assistere ad un evento così intimo e familiare era un’occasione più unica che rara e io avevo accettato immediatamente. Seduta a terra, mangiando con le mani un delizioso composto di carote, latte e ghee, li avevo osservati. Il capofamiglia era Sonu, il primogenito, che gestiva con il padre la guesthouse in cui soggiornavo. I due fratelli minori avevano scelto di seguire la loro passione per lo sport, ma a Sonu questo lusso non era stato concesso: come primo figlio maschio, il destino della sua famiglia era sulle sue spalle. I bambini correvano felici per le stanze, saltando qua e là e sentii la madre redarguirli, indicandomi. Meglio non inciampassero sulla straniera dagli occhi blu. Sonu sorrideva, ma sapevo che dentro non era sereno. La moglie era a casa dei suoi genitori. Il matrimonio era stato combinato in fretta e furia per permettere ad uno dei fratelli minori di sposarsi per amore, ma lui e sua moglie non erano mai davvero entrati in sintonia. Nonostante ci fosse un bimbo con problemi di salute di mezzo, si mal tolleravano. Avevo seguito lo sguardo del padrone di casa: si era soffermato sui due novelli sposi innamorati e tutto il suo dolore era arrivato a me. Come una sberla secca. Era bastato solo uno sguardo. Eppure lui sorrideva sempre, era affabile con tutti e aveva un atteggiamento molto luminoso.
“Sonu, perché sei sempre felice?” Si era accomodato accanto a me a terra prima di porgermi un Mysore Pak, un dolcissimo mattoncino di ghee. Mi aveva osservato qualche secondo prima di rispondere, lasciando correre il suo sguardo sulla stanza, fermandosi sui bambini che si spingevano giocosamente.
“Guardali. Guardami.”
Aveva affermato mettendosi un po’ dolce in bocca.
“Ho un lavoro che mi piace, che mi tiene in contatto con le persone. Ho una famiglia. Ho un figlio.”
“Non ho tante cose. Davvero poche. Non sono ricco. Non viaggio. Non ho l’amore. Ma che senso ha concentrarsi su ciò che non c’è, quando quello che ho è così… pieno?”
Un suono grave e vibrante si levò dai ghat, allungandosi sopra le acque del Gange e spezzando i miei pensieri. Ad Assi Ghat i canti erano iniziati e lo Shankh ne era il segnale.
Non riuscivo a meditare, quella frase continuava a tormentarmi. Aprii gli occhi e osservai la palla rossa rompere il cielo e issarsi faticosamente dal Gange. Quante albe mi ero persa a Milano. C’era da fare, da produrre, da performare. Fare, prima di essere.
Davanti a me i fotografi erano aumentati. Li vidi cliccare nella mia direzione e mi girai d’istinto per capire cosa stessero immortalando. Quel giorno non sarei riuscita comunque a meditare, meglio andare da Monalisa per colazione e lasciare libera la scena.
Congiunsi le mani davanti al petto e mi alzai, ma notai un uomo con la macchina fotografica correre verso di me dalla riva del fiume.
“Scusa… potresti rimanere ancora un pochino qui? Ti stiamo fotografando tutti da un po’.”
Arrossii violentemente, ma annuì. Tornai a coprirmi il capo e chiusi gli occhi. Era strano. Qualche mese fa avrei fatto di tutto pur di essere vista. In quel momento, invece, facevo il possibile per nascondermi. Ma più mi nascondevo e più venivo vista. Più celavo lembi di pelle sotto alla stoffa, più emergeva altro. Rimasi lì qualche minuto e poi me ne andai, lasciando che la mia immagine rimanesse impressa nella pellicola di estranei. Chissà cosa sarebbe rimasto di me.
Fotografie originali di The Blueyes Backpacker